Fonte (zeroemission.tv)
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Per l’impianto sardo Ingeteam- leader nella produzione di inverter fotovoltaici e nella progettazione e realizzazione di componenti per l’elettronica di potenza – ha fornito sia gli inverter della linea Ingecon®Sun Power Max che i cabinati, entrambi fedeli ai più severi standard internazionali e adatti a power plant di ogni potenza.
Tra i primati stabiliti dalla centrale verde di Su Scioffu, – nata dalla collaborazione delle multinazionali Moser Baer Clean Energy Limited (MBCEL) e General Electric – anche i tempi di realizzazione: in 4 mesi infatti il sito è stato costruito e allacciato, completo di 134 serre e 84.400 pannelli al silicio policristallino.
“Essere stati scelti per la fornitura di questo enorme power plant, destinato a fare storia in Italia per dimensioni e impatto sul territorio, è per Ingeteam motivo di soddisfazione e di orgoglio. Rappresenta un ulteriore riconoscimento della qualità dei nostri prodotti da parte di due aziende leader e abituate a ricercare il meglio. – commenta Stefano Domenicali, Direttore Generale di Ingeteam Italia – Con l’impianto di Su Scioffu salgono a oltre 70 i MW di potenza complessiva forniti da Ingeteam nell’ultimo trimestre del 2011 e cresce il numero di partner internazionali con cui abbiamo avviato importanti collaborazioni”.
Tra gli accordi più importanti del 2011 quello da 40 MW di potenza che ha siglato la partnership con Cogip – società di costruzioni con sede in Sicilia e general contractor di grandi infrastrutture e impianti fotovoltaici – e le forniture per Pramac e Qohelet Solar Italia.
A Pramac – realtà di riferimento a livello mondiale nello sviluppo e nella distribuzione di componenti per impianti fotovoltaici – Ingeteam ha fornito inverter per la produzione di 5MW complessivi di energia in Puglia, presso gli impianti di Rutigliano e Sammichele; mentre i 5MW della Qohelet Solar Italia – una delle principali società operanti nel settore energetico in Sicilia – sono stati installati presso l’impianto di Elias, il campo fotovoltaico inaugurato in provincia di Messina.
Fonte (rinnovabili.it)Anche se questa data è passata tutto sommato in sordina, ci ricorda che il tempo incalza e non ne rimane molto a disposizione degli Stati europei per adeguarsi, mantenendo fede alle promesse fatte in vista del fatidico 2020. Non è segreto il fatto che l’Europa si trovi ancora piuttosto indietro nella strada verso l’efficienza energetica, rischiando di non raggiungere il famoso 20% di riduzione dei consumi, ma di fermarsi solamente al 9%. All’interno di questa gigantesca macchina, il comparto edilizio ha purtroppo un peso molto elevato, essendo il responsabile del 40% delle emissioni nocive totali, una percentuale decisamente troppo scomoda.
Il cammino verso l’efficienza energetica degli edifici ha avuto inizio diversi anni fa e da allora molte leggi, riforme, decreti e direttive, nel bene o nel male, hanno caratterizzato questo percorso, portandoci direttamente alla più recente direttiva europea sull’efficienza energetica.
Dobbiamo tornare a giugno 2010 per risalire alle origini della Direttiva 2010/31/UE, che abbandonava il passato per adeguarsi a poco a poco, agli obiettivi europei del 20-20-20. Tra le novità maggiori che introdusse la direttiva, il concetto di “Edifici ad energia quasi zero”, descrizione destinata a tutti gli edifici “ad altissima prestazione energetica, con fabbisogno energetico molto basso o quasi nullo coperto in misura molto significativa da energia da fonti rinnovabili, compresa l’energia da fonti rinnovabili prodotta in loco o nelle vicinanze.”
Una Direttiva indispensabile per la riduzione sostanziale dei consumi energetici di un comparto decisamente troppo poco pulito e che delinea un quadro prescrittivo molto preciso, che spazia dalla definizione dei requisiti minimi per ciascun componente edilizio, fino alla definizione della strumentazione finanziaria.
Il miglioramento delle prestazioni energetiche previsto dalla direttiva abbraccia tutto il patrimonio immobiliare, dagli edifici di nuova costruzione fino agli edifici esistenti o ristrutturati, esprimendosi anche in merito ai sistemi tecnici dell’edilizia (impianti di riscaldamento, sistemi di produzione dell’acqua calda, impianti di condizionamento, ventilazione) ed offrendo la possibilità a tutti gli Stati membri, di uniformare i propri strumenti ottimizzando i consumi.
Una delle prime scadenze fissate dalla direttiva è giugno 2011. Entro questa data la Commissione europea avrebbe dovuto tracciare un “quadro metodologico comparativo per calcolare i livelli ottimali in funzione dei costi e dei requisiti minimi di prestazione energetica degli edifici e degli elementi”, uno strumento indispensabile per mantenere una linea comune in tutte le rispettive attuazioni normativa delle diverse nazioni.
A partire da questa stessa data gli Stati membri erano chiamati a predisporre un “elenco di misure e strumenti esistenti o di progetto per promuovere gli obiettivi della stessa direttiva”, anche attraverso l’elaborazione di sistemi finanziari e di incentivazione, indispensabili per il passaggio alla realizzazione di edifici ad energia quasi zero. Ma il tanto atteso quadro metodologico comune non ha mai visto la luce, facendo slittare di conseguenza anche tutti i recepimenti nazionali.
Il 9 luglio 2012 sarà la data limite per adeguare le legislazioni statali alla direttiva europea, “adottando e pubblicando le metodologie di calcolo, i requisiti minimi e le prestazioni energetiche destinate a tutto il comparto edile”; per poi passare, l’anno successivo, alla completa applicazione della Direttiva in tutti i campi.
Dubbi, incertezze, richiami da parte della Commissione e multe, imperversano e il 31 dicembre 2020, data in cui tutti gli edifici dovranno essere ad energia quasi zero, sembra sempre troppo lontano per fare paura.
Il 25 novembre 2010 la Commissione europea aprì una procedura di infrazione a carico dell’Italia per la non completa applicazione della normativa comunitaria riferita al rendimento energetico degli edifici, ancora legataalla Direttiva 2002/91/CE.
Nonostante alcune modifiche normative apportate alla legislazione nazionale italiana (Dlgs 192/2005, Dlgs 311/2006), la Commissione europea non si convinse, richiamando una seconda volta l’Italia il 29 settembre 2011. La contestazione europea si riferiva prima di tutto alla mancanza di una regolamentazione precisa in fatto di certificazione energetica, criticando innanzitutto la procedura italiana che consentiva l’autocertificazione degli immobili in classe G, ed esprimendosi negativamente anche per la mancanza di un regolare controllo sugli impianti tecnici.
Nell’ottobre 2011 ricominciò finalmente l’iter di approvazione della Legge Comunitaria 2011, determinante per il recepimento italiano della direttiva europea 2011/31/UE e che subì, nella sua versione precedente (Ddl Comunitaria 2010), una battuta d’arresto venendo bocciata dalla Camera dei Deputati nel giugno 2010.
Una parte delle richieste europee è stata rispetta con l’entrata in vigore, a gennaio di quest’anno, del Dlgs 28/2011 che, tra le altre cose, introduce ufficialmente l’indice di prestazione energetica negli annunci immobiliari, abolendo quasi completamente, la possibilità di autocertificare il proprio immobile in classe G.
Lo stesso Decreto Salva Italia (DL 201/2011) riporta l’attenzione sull’efficienza energetica degli edifici, con l’odissea delle detrazioni del 55% per gli interventi di riqualificazione prorogata fino al 31 dicembre 2013, ricordando che la strada da fare è ancora lunga prima di arrivare al completo recepimento della Direttiva europea.
Luglio 2012 sarà una data decisiva, in cui si dovranno tirare le somme di ciò che è stato fatto e cosa no ed eventualmente, pagare le dovute molte per i ritardi nazionali accumulati. Nella complessi meccanismi politici internazionali sarebbe forse bene fermarsi una attimo a riflettere per comprendere che il futuro e la qualità della vita delle persone non può essere facoltativa.
Fonte (rinnovabili.it)
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Tra le priorità dell’UNAMA, un ruolo di primo piano è stato affidato alla promozione e diffusione di mezzi di sussistenza sostenibili, rimuovendo gli ostacoli che ancora frenano lo sviluppo quali, povertà, carenza di cibo, difficile accesso all’assistenza medica e all’educazione. Ed è proprio in quest’ultimo settore che si è mossa in questi giorni la mano solidale dell’UNAMA. Collaborando con alcune istituzioni religiose locali, la Missione ha dato vita a un programma di solarizzazione degli istituti scolastici; i primi moduli fotovoltaici sono stati donati all’Hamim Ebrahim Madrasa e al Centro islamico del Welfare sociale al di fuori di Jalalabad, nella provincia orientale di Nangarhar, la settimana scorsa. Parlando con gli studenti e i dirigenti scolastici, il capo dell’ufficio regionale orientale dell’UNAMA, Nahid Abuakar, ha affermato che l’ONU comprende il ruolo significativo che l’educazione religiosa possiede nel processo di promozione della pace e dei diritti umani. “Noi godiamo di ottimi rapporti di lavoro con i rappresentanti delle comunità religiose e ci auguriamo che questa assistenza aumenti la vostra capacità di lavoro nella realizzazione di importanti servizi – soprattutto per le donne – nella promozione dei diritti umani”.
Fonte (rinnovabili.it)Sensori ed indicatori di utilizzo energetico forniscono informazioni in tempo reale. Questo sistema energetico alimenta le diverse attività del parco ed è per i ricercatori un continuo oggetto di studio, inoltre fa parte del progetto per la riduzione progressiva delle emissioni di anidride carbonica del parco stesso promossa congiuntamente da Panasonic e Sanyo.
Il complesso del parco vanta anche il primato mondiale per quanto riguarda l’edificio con più pannelli solari nel mondo: infatti, l’edificio principale dispone di un rivestimento composto dalla bellezza di 5200 pannelli solari che luccicano al sole. Anche la disposizione verticale dei pannelli sulle facciate dell’edificio principale è unica al mondo. I pannelli Hit bifacciali sono in grado di assorbire i raggi solari dalla parte frontale e dal retro e garantiscono un’elevata efficienza. All’interno di questo edificio sono condotte ricerche estremamente avanzate su biciclette elettriche, pannelli fotovoltaici a doppia faccia, illuminazione stradale al litio e sull’energia solare.
I dati raccolti dimostrano che il sistema della Sanyo genera energia sufficiente al mantenimento standard di circa 330 abitazioni. Grazie alla struttura ibrida, composta da silicone cristallino e amorfo, il modulo fotovoltaico HIT risulta leggero ed offre un’alta efficienza di conversione energetica per tutto l’anno, inoltre sottoposto ad alte temperature riesce a mantenere una maggiore efficienza rispetto alle celle solari convenzionali in silicio cristallino. In aggiunta a questo i pannelli HIT riescono, a parità di superficie, a generare più energia pulita rispetto a celle solari tradizionali.
All’interno del parco i moduli fotovoltaici adornano anche altre tre costruzioni del complesso e la struttura a forma di albero “Solalib”, che incamera energia, ricarica i veicoli elettrici ed è collegata a un sistema per immagazzinare energia per i casi d’emergenza.
La maggior parte dei dipendenti dalla Sanyo possiede una bicicletta elettrica “Eneloop”, che ha un sistema di batteria ricaricabile in poche ore nell’apposito parcheggio del complesso del parco. Anche il logo della Sanyo è un esempio di design ecologico, difatti l’insegna a led si autoalimenta con moduli fotovoltaici e batterie al litio senza produrre emissioni inquinanti. Persino le luci stradali del parco funzionano ad energia solare. Insomma, davvero un laboratorio interessante di tecnologia al servizio della sostenibilità.
Fonte (tuttogreen.it)
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Una fonte del Ministero dell’Ecologia ha precisato all’agenzia energetica Efe che il decreto, studiato seguendo il modello di incentivazione italiano, dovrebbe essere approvato nel mese di aprile, con la differenza però che il Bel Paese premia il made in Europe. A tal proposito il ministro dell’Ecologia, Nathalie Kosciusko-Morizet, ha giustificato la misure ritenendola necessaria per aumentare “la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile e per mettere a disposizione dei francesi nuovi posti di lavoro”.
Secondo le cifre ufficiali, lo scorso settembre in Francia ha lavorato una capacità produttiva di 2.3 GW fotovoltaici, con un tasso di crescita che oggi equivale a 150 MW per trimestre.
Fonte (rinnovabili.it)Partendo dai dati rilasciati dall’Istituto per la diversificazione e lo sviluppo energetico (IDEA) e dalla Commissione europea la Euroconsult ha affermato che i consumi energetici della Spagna potrebbero essere ridotti di un quarto monitorando in tempo reale picchi di domanda e di offerta sia nel pubblico che nel privato, aiutando così a migliorare gli importi in bolletta.
I controlli sarebbero infatti particolarmente efficaci se effettuati negli edifici di appartenenza dell’amministrazione pubblica per le grandi dimensioni e per gli alti consumi, che ammontano a circa 400mila euro annui per palazzina. Per questo la società ha richiesto l’adozione di misure di efficientamento enenrgetico di una certa rilevanza, affinchè migliorando la gestione si possa ottenere sia il beneficio economico di una sostanziale riduzione dei costi, sia il miglioramento dell’impronta ambientale del settore. In questo modo sarebbe veloce anche il rientro dei costi di adeguamento delle strutture, il cui ammortamento dovrebbe rientrare nell’arco di 12 mesi.
Fonte (rinnovabili.it)
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È quanto ha fatto di recente un team di scienziati tedeschi del MIT guidati dal professor Alessandro Mitsos che ha ricreato la forma a spirale di un fiore di girasole (già noto agli scienziati come spirale di Fermat) per dar vita ad un nuovo prototipo di centrale fotovoltaica ad altissima efficienza energetica.
Riorganizzando i pannelli secondo una disposizione “a specchio” che ricorda proprio quella dei petali lungo la corolla dei fiori, gli studiosi hanno dato vita ad un impianto fotovoltaico molto più compatto e performante, dove la dispersione di energia è ridotta quasi a zero poiché ridotte sono le zone d’ombra tra uno specchio e l’altro.
Imitando il “modello a spirale” del girasole gli esperti del MIT hanno però capito di poter ottenere il massimo della resa funzionale da impianti di questo tipo solo occupando vaste aree territoriali. Non a caso, la prima centrale che verrà edificata in California sulla base del prototipo in questione, necessiterà di ben 4000 acri di terreno.
Se è l’ambiente a guadagnarci vale la pena tentare…
Fonte (tuttogreen.it)
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La soluzione studiata dalla Schneider consiste in un kit di moduli fotovoltaici e un gruppo di batterie per l’accumulo dell’energia che riusciranno a portare l’elettricità anche nelle comunità più isolate, che non sono collegate alla rete nazionale.
Villasolar “andrà incontro al bisogno di energia elettrica di base delle famiglie attraverso la dotazione di lampade portatili e di batterie che gli abitanti stessi possono ricaricare”. Secondo la multinazionale il sistema è stato studiato in modo che ogni volta si avrà bisogno di ricaricare la lampada si potrà andare dal vicino e pagare la quota necessaria. In questo modo- ha specificato il portavoce dell’azienda- gli abitanti del villaggio saranno costretti a fare più attenzione ai consumi”.
Il progetto Villasolar, simile all’iniziativa attraverso la quale la Schneider ha portato la corrente in India e in Bangladesh, dovrebbe ammortizzare i costi dovuti alle necessità di cablaggio delle case entro i prossimi 5 anni.
Fonte (rinnovabili.it)Stephen Rand, professore del dipartimento di Electrical Engineering and Computer Science, Physics and Applied Physics ha infatti individuato un effetto magnetico “nascosto” della luce, mai rilevato prima, che potrebbe aprire nuovo orizzonti alla tecnologia del “fotovoltaico”, stravolgendone in pratica il fondamento attuale, che prevede l’utilizzo di semiconduttori per trasformare l’energia della luce solare (fotoni) in energia elettrica, secondo il principio dell’ Effetto Fotovoltaico.
La luce è di fatto un’onda elettromagnetica con anche natura corpuscolare (principi della meccanica quantistica) ed ha una componente di campo elettrico e di campo magnetico, quest’ultimo comunque trascurabile.
I ricercatori guidati da Stephen Rand hanno rilevato che la componente di campo magnetico di un fascio di luce che viene veicolato attraverso un materiale NON conduttore come il vetro è invece tutt’altro che trascurabile e può arrivare ad un’intensità di campo sino a 100 milioni di volte maggiore del fenomeno standard. Un campo magnetico che a questo punto diventa intenso e se l’intensità della luce viene aumentata ad esempio con nuovi materiali può essere ancora aumentato.
Questo fenomeno noto come rettificazione ottica può produrre quindi una polarizzazione elettrica forte e quindi generare differenza di potenziale elettrica e quindi in soldoni corrente elettrica, lo stesso effetto della giunzione PN dei semiconduttori nelle attuali celle fotovoltaiche. Si genererebbe quindi una sorta di “batteria ottica” a basso costo di produzione, senza emissioni di calore e anche dal futuro smaltimento ecologico molto più sostenibile degli attuali pannelli fotovoltaici.
Dal vetro delle nostre finestre di casa potremmo quindi generare in futuro energia elettrica a costo zero? forse si, lasciamoli lavorare per ora: i ricercatori condurranno in estate test estensivi su luce Laser e successivamente proveranno a replicare su luce solare.
La ricerca è stata pubblicata in un paper sul Journal of Applied Physics, per maggiori approfondimenti:
http://www.physorg.com/news/2011-04-solar-power-cells-hidden-magnetic.html
Fonte (tuttogreen.it)
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In quell’articolo Martin Green ipotizzava lo sviluppo del fotovoltaico incentrato su tre diverse generazioni “tecnologiche”:la prima generazione, costituita da moduli basati su celle al silicio cristallino e caratterizzata da costi pari a circa 3 €/Wp (Watt di picco) – con efficienze di conversione medie del 15% -, la seconda, realizzata con dispositivi a film sottile (silicio amorfo, CIGS, CdTe etc.), con costi di circa 0.75 €/Wp ed efficienze medie del 10% ed una terza, dai costi simili alla seconda, ma con efficienze molto superiori, in media pari al 50%.
E’ infatti al livello di generazione III che, nella “vision” del grande scienziato, il fotovoltaico si sarebbe smarcato definitivamente da ogni necessità di supporto da parte dei governi, diretto od indiretto, per diventare effettivamente un’alternativa energetica. E’ importante sottolineare che, anche se Green non ne ha mai parlato esplicitamente, con il concetto stesso di “generazione” si è arrivati dunque all’ipotesi della fine del fotovoltaico “al silicio” a favore prima della generazione II e poi della III in una fortunata serie “progressiva”.
A dieci anni di distanza lo scenario è però radicalmente cambiato rispetto alle attese. Il fotovoltaico a base di silicio cristallino detiene ancora oggi saldamente oltre l’85% delle quote di mercato, forte di costi che sono ormai vicini ad 1 €/Wp ed efficienze di conversione prossime al 20%. Con questi numeri il “vecchio” silicio si colloca addirittura tra la generazione II e l’ancora “futuribile” generazione III. Tra le tecnologie fotovoltaiche a film sottile invece, solo il Telloruro di Cadmio (CdTe) ha, ad oggi, rispettato le previsioni di costo ed efficienza attese per la generazione II, riuscendo quindi a guadagnarsi un buon 9% della quota di mercato FV al 2010. Tutti gli altri film sottili rimangono invece molto lontani dai risultati attesi per via di una bassa efficienza, per i costi elevati o per entrambe le ragioni.
Per quanto concerne la generazione III gli approcci perseguiti, in generale ancora tutti confinati ad uno stadio di ricerca, sono diversi. Ciò che già da subito potrebbe essere praticato è la realizzazione di celle multiple come, ad esempio, quelle basate su composti III-V con substrato in Germanio del tipo GaInP/GaInAs/Ge, in cui ciascuno strato viene ottimizzato per meglio raccogliere la radiazione di una porzione specifica dello spettro solare e che hanno effettivamente già superato il 40% di efficienza. Purtroppo, questi dispositivi hanno costi molto elevati e sono dunque ancora riservati al solo mercato del fotovoltaico a concentrazione che, complessivamente, presenta oggi costi ancora ben superiori a 5 €/Wp.
Un effettivo passo avanti verso la generazione III si potrebbe probabilmente conseguire con dispositivi che riescano a sfruttare la parte di energia dello spettro solare che normalmente viene dissipata termicamente. Un accorgimento utilizzabile in questo senso è, ad esempio, l’effetto Multiple Exciton Generation in cui la parte di energia non utilizzata per ricombinazione non radiativa indotta da un fotone ad alta energia, non viene più persa col calore, ma riutilizzata per generare altra corrente elettrica (un meccanismo piuttosto complesso riconducibile ad una sorta di “processo Auger” risonante tra materiali nanostrutturati). Ma, come si può ben capire, siamo ancora nel futuribile. Va però detto che mentre l’affidabilità del fotovoltaico al silicio e, in parte, quella del fotovoltaico da film sottile è ormai garantita per 25 anni, gli approcci della generazione III sono, come già detto, in buona sostanza ancora confinati alla sfera della ricerca: non sappiamo quindi nulla sulla loro effettiva traduzione pratica su scale temporali confrontabili con quelle riportate dalle altre tecnologie FV. Infine, va osservato che, erroneamente, si fa spesso riferimento al concetto di terza generazione, (definito chiaramente da Green), per presentare nuovi materiali e nuovi dispositivi che sono talvolta ancora ben lontani da ogni possibile effettiva applicazione su larga scala. E’ il caso ad esempio delle celle DSSC, (che hanno un’affidabilità della durata di pochi anni, con costi ed efficienze relegate ancora allo stadio di generazione I), oppure delle celle organiche o polimeriche, (dispositivi che devono ancora dimostrare, attraverso un serio ed impegnativo lavoro di ricerca di avere caratteristiche tali da potersi anche solo semplicemente candidare come valide alternative al fotovoltaico attualmente commercializzato).
In questo contesto si fa poi un pessimo servizio al fotovoltaico e, più in generale, alla scienza quando si vogliono far passare, in maniera mistificante, “curiosità scientifiche” come i succhi di mirtillo o ortaggi di varia natura come materiali innovativi per il fotovoltaico. Questo soprattutto perché un modulo fotovoltaico deve essere operativo per 25 anni con temperature comprese almeno tra -20°C e + 50°C. In queste condizioni frutta e sostanze similari possono giusto candidarsi come ingredienti base di qualche marmellata!
di Girolamo Di Francia (ENEA Portici – UTTP)